A: Lucy
Oggetto: Un pensiero
Ciao Lucy,
E’ da un po’ di tempo che volevo scriverti, ma mi sono fatto bloccare dall’idea che forse ti avrei importunata. So di averti infastidito per mesi. Forse ho reso le cose difficili. Me ne scusavo anche allora ma non potevo farci niente. Ero davvero malato di te. Ora so per certo che si può ammalarsi d’amore. Forse di passione, di qualcosa di incontrollabile, qualunque nome si voglia dare a questo sentimento.
Non riuscirò a levarmi di dosso l’ebbrezza del tuo profumo, della tua pelle, del tuo sesso.
Non preoccuparti, mi fermo qui.
Ora rimane tutto un bel ricordo e se ogni tanto mi rifugio nella memoria è solo per ritrovarti come ti ho conosciuta e come eri quando stavamo assieme.
Spero tu stia bene.
Mi farebbe piacere ricevere tue notizie.
Un grosso bacio
Leo
Cliccò INVIA
Il messaggio sta per essere inviato…attendere.
Attese.
Il messaggio è stato inviato correttamente
Grazie. Pensò.
Subito dopo Leo chiuse tutte le finestre dei programmi aperti e spense il computer. Strano. Non lo spegneva mai. Per mesi lo aveva lasciato sempre accesso, riavviandolo di tanto in tanto per azzerare le memorie dati. Era collegato a internet ventiquattro ore su ventiquattro ed aveva sempre la finestra della posta elettronica aperta. Controllava ogni cinque minuti se aveva qualche nuovo messaggio sperando di trovare un numero uno vicino alla voce posta in arrivo. Quando compariva quel numero era come se qualcuno schiacciasse un interruttore dentro di lui che gli faceva salire la pressione, il battito cardiaco e la speranza.
Hai un nuovo messaggio.
In un tempo incalcolabile Leo apriva il messaggio.
Super Viagra. Non perdere l’offerta
Spam.
Sempre e solo spam.
Ogni tanto un amico che gli inoltrava qualche foto divertente. Quantomeno presunta tale, ma ormai tutti questi scambi di ‘stronzate’ come le chiamava lui, si erano spostati su Facebook.
Lo sapeva che non sarebbe mai arrivato niente da lei, dalla sua Lucy, ma non voleva ammetterlo.
Non riusciva a capacitarsi dell’idea che fosse davvero finita.
Era tutto così bello, perfetto, romantico.
Quel viaggio in Messico, poi, non poteva andare meglio. I suoi amici gli raccontavano che anche in vacanza finivano sempre per litigare con le rispettive fidanzate. Lui e Lucy erano complementari. Sapevano ascoltare l’uno le esigenze dell’altra, avevano gusti simili e senza mai pensarci troppo sceglievano le destinazioni quasi senza accorgersi che lo facevano insieme.
Era tutto finito.
Incollato al monitor per mesi, se per caso si svegliava nel cuore della notte per andare in bagno, non mancava di passare vicino al tavolo, toccare il mouse per interromper il screensaver e verificare se ci fosse un uno. L’uno di Lucy. Gliene sarebbe bastato uno.
Ma non arrivò mai.
Anzi, per mesi era stato lui a inviarle un messaggio ogni giorno, sperando in una qualsiasi forma di risposta, ma sapeva che il suo nome ormai era considerato alla pari del SuperViagra. Ovvero, spam.
Da innamorato, fidanzato, compagno di vita, amore, Leo, Leoncino a spam, né più nè meno che una di quelle offerte di banche che regalano soldi, un premio milionario, una ragazza che vuole mostrare le sue tette in webcam.
Se la visualizzava la faccia di Lucy. Sicuramente le prime volte leggeva quello che le scriveva. E sicuramente sapeva quanto stava soffrendo. Le mancate risposte non erano pigrizia. Erano una scelta. Se lui avesse ricevuto una sola email, una, per terribile che potesse essere, almeno non si sarebbe sentito ignorato. Nel bene o nel male era ancora qualcuno per lei.
Invece no, Lucy aveva scelto di farlo sparire, usando l’arma più semplice e devastante. Il silenzio.
Niente, nessuna risposta.
Probabilmente aveva cambiato anche il nickname di skype, il programmino che usavano per telefonarsi a costo zero e per vedersi anche quando non erano fisicamente vicini.
Aveva provato un paio di volte a chiamarla al cellulare. Le prima volte non aveva risposto, poi aveva cominciato a rifiutare la chiamata, probabilmente infastidita dal suono del telefono e visto che non mollava aveva impedito le chiamate in ingresso dal numero di Leo. Infine era stata costretta a cambiare numero.
Vederla gli era sempre stato impossibile. Avrebbe dovuto chiedere qualche giorno di ferie al lavoro per recarsi a Ginevra, dove era andata a vivere, e non sapeva nemmeno dove.
Sparita nel silenzio, come mai esistita.
Una foto appesa al muro della sua stanza gli ricordava che era tutto vero.
Era successo. Aveva amato Lucy. Anche lei lo aveva amato, ne era certo come ora del contrario: non lo amava più.
Il messaggio che aveva appena inviato, era una goccia nell’arido deserto che si era formato dentro di lui. Non sapeva nemmeno quanto tempo ci aveva impiegato a autoimporsi di non scrivere più, di non controllare più la posta con quel morboso attaccamento ad una vana speranza. Ma quel giorno, decise che si sentiva pronto, che era guarito e poteva permettersi di provare a recuperare almeno l’illusione che Lucy fosse ancora la splendida persona che aveva conosciuto. Una ragazza con cui aveva condiviso poco più di un anno di vita cosparso d’amore e indimenticabili momenti di passione.
Si stese sul divano e fece partire il DVD del film che aveva noleggiato: Match Point di Woody Allen.
Per il tempo del film riuscì ad estraniarsi completamente, facendosi trasportare dalla storia.
Tutto una questione di coincidenze, di casi, di destino.
Leo era convinto che tutto accadesse per una ragione e che anche le situazioni più impensabili e assurde erano in realtà una delle possibilità. Sia pure improbabili, ma se non impossibili erano una possibilità. Talvolta accadono cose che nemmeno la fantasia riesce a concepire. Come quell’anello. Quell’anello che cade da un lato del muretto anziché dall’altro. Come aveva fatto Woody Allen a elaborare una storia così strana, ben articolata, tutta basata su un piccolo dettaglio, quello che alla fine aveva determinato la direzione degli eventi? Se la parabola di quel lancio fosse stata diversa, cosa sarebbe accaduto?
Ma non si può vivere basandosi sui se. Leo lo sapeva.
Eppure ne inventava uno nuovo ogni giorno.
Se le avessi detto, se non avessi fatto, se avessi potuto. I se condizionali erano l’inizio di vortici inarrestabili di paranoie masochiste che non riusciva a controllare. Erano una conseguenza della malattia, di quell’insano attaccamento ad una donna, per la quale non sapeva più esattamente cosa provare. Non poteva certo dire di amarla, non nella definizione di amore che aveva trovato per sé. Non poteva odiarla. In fondo lei non gli aveva fatto niente. Smettere di amare una persona non è una colpa.
Il film era appena terminato e Leo aveva trovato immediatamente il legame tra le tematiche della storia e la sua vita. Quanto meno quella parte in cui si era annientato, trasformandola in un pensiero unico. Per Lucy.
Il giorno seguente si recò al lavoro, come tutti i giorni degli ultimi tre anni da quando era stato assunto subito dopo il Master, come consulente commerciale di una grossa azienda di prodotti pubblicitari.
Nonostante avesse sempre un nome che occupava la maggior parte dello spazio cerebrale, nel lavoro riusciva ad applicarsi discretamente ottenendo dei risultati soddisfacenti tanto da evitarsi grane con il principale o con gli altri colleghi. Leo faceva il suo dovere, ogni tanto lo mandavano in trasferta da qualche parte fuori Milano e lui, chiuso nell’abitacolo della Audi aziendale, metteva un CD dei Pearl Jam a tutto volume e cantava a squarciagola i testi che sapeva a memoria, incurante degli sguardi attoniti di automobilisti che gli sfrecciavano accanto ai centocinquanta chilometri all’ora mentre lui si ascoltava assoli ai centodieci.
“Did I say that I need you? /Did I say that I want you? / Oh, if I didn’t now I’m a fool you see,.. / No one knows this more than me. / As I come clean.” (Ti ho detto che ho bisogno di te? / Ti ho detto che ti voglio? / Se non lo faccio adesso sono un pazzo, vedrai / Nessuno lo sa più di me / Lo confesso)
Erano le parole di Just breath. Ogni volta che la ascoltava si stupiva di come sembrava scritta per lui. Ci sono canzoni che proprio perché permettono a chiunque le ascolti di immedesimarsi, diventano universali ed eterne. Talvolta non sono altro che un consiglio, prendi fiato, gli diceva quella voce calda, respira. Non soffrire, c’è tanto nel mondo da arrivare persino a sanguinare.
Forse non era una canzone ispirata dalle pene per una donna, ma a Leo sembravano adatte. Allora si auto convinceva che c’erano motivi ben più gravi per cui altri soffrivano che non una storia finita.
“Ma porca puttana!” imprecò, battendo le mani sul volante.
La sua rabbia era per il diritto a star male. Tutti gli continuavano a ripetere che c’è sempre chi sta peggio, ma in base a quella teoria nessuno ha mai il diritto di stare male.
Tuttavia si rendeva conto che il suo, ormai, era un male mentale, un attaccamento quasi sporco, dettato dall’orgoglio ferito per essere stato abbandonato e ignorato.
“Forse non avrei dovuto scriverla quella lettera ieri sera” pensò.
“Sarà l’ennesima prova che sono stato soltanto un giocattolino con cui divertirsi per un po’. “
I giorni successivi della settimana proseguirono nella solita routine ed anche gli spostamenti fuori città ne erano diventati parte. Apatico, si faceva trascinare dai giorni e manteneva un po’ di rigore nella cura dell’aspetto solo per non lasciar trasparire all’esterno quel senso di inutilità, la mancanza di stimoli che attribuiva alla sua situazione sentimentale, ma che forse aveva ragioni più profonde.
La sua casa, invece, un monolocale in zona Navigli, ai margini del centro di Milano, era una topaia, piena di polvere, bottiglie di vino vuote, vestiti appallottolati sulle sedie e resti di formaggio in frigo.
L’aveva scelta pensando a Lucy. Gli era piaciuto l’ambiente unico, lo spazio aperto. Infatti, quando lei andava da lui per il weekend o per qualche giorno in più, convivevano in una sorta di osmosi, senza pareti nè tra loro, né negli spazi che abitavano. Gli piaceva quando lei si alzava dal letto, scendeva dal soppalco e gli passava dietro nuda mentre lui preparava il caffè, nudo. Lasciava una scia calda, strappata dalle lenzuola che profumavano del loro sesso, del loro amore. Gli piacevano i capelli arruffati, nerissimi. Gli occhi verdi, lucidi al mattino, lo scioglievano quando lo guardava, facendo finta di essere ancora assonnata, ma desiderosa di farlo di nuovo.
E lo facevano. La sera e la mattina. Si addormentavano con il respiro ancora affannato degli ultimi vagiti di orgasmo e si risvegliavano solo dopo gli stessi sospiri di piacere.
In quelle macerie del regno Elle, come l’avevano battezzato, c’era solo sudicio abbandono e la certezza che non ci sarebbe stato null’altro che qualche insoddisfacente masturbazione.
Era sabato sera. Aveva mangiato una pizza che si era fatto portare a casa. Aveva già bevuto tre lattine di birra. Si alzò dal divano per andare al computer. Era acceso. Diede uno svogliato colpo al mouse. Lo schermo si illuminò e apparve il logo di Google. Posta in arrivo era in grassetto. Due messaggi. SuperViagra e Lucy.
Lucy.
Quale leggere prima?
Per sbollire l’adrenalina, per godersi l’attimo, per un milione di altri motivi che non ebbe il tempo di pensare lesse prima SuperViagra. Come se fosse in trance, lesse il messaggio di spam come se potesse contenere qualcosa di interessante.
Da: bettinaoh@seacock.com
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Ovviamente, non cliccò.
Cestinò il messaggio per dedicarsi a Lucy.
Batticuore.
Da: Lucy
Oggetto: Re: Un pensiero
Caro Leo,
scusa il mio prolungato silenzio, ma la tua insistenza mi aveva costretto ad ignorarti. Non sapevo veramente cosa fare o cosa dirti. Ho dovuto addirittura creare un nuovo account per non farmi tentare dal mandarti a fare in culo. Ma ho capito che avevi solo bisogno di raffreddare la parte di cuore che ancora scottava per me.
In questi mesi ti ho pensato. Era inevitabile, cosa credi, che si possano eliminare le persone semplicemente eliminando i messaggi di posta elettronica? Stare un po’ lontani mi è servito a capire che sei una persona importante per me. Ho rivisto i tuoi gesti, ho riascoltato le tue parole, ho ripercorso i posti dove siamo stati assieme. E’ stato come rinascere e ritrovare quella parte di me che ho condiviso con te e che non esiste se non con te.
Non so se voglio riaverla. Non ora.
Ora è in un luogo segreto che solo noi due possiamo aprire ma ancora non sappiamo se troveremo le chiavi e non sappiamo nemmeno come cercarle.
So che tu sai leggere le mie parole ed interpretare nel modo migliore quello che sto cercando di dirti.
Non so se sto facendo bene a scriverti, ma ogni cosa non detta, potrebbe rimanere nel silenzio per sempre.
Ora ho soltanto parole per dirti che
Ti voglio bene
Tua, nuova, Lucy.
La mano incollata al mouse. Gli occhi piantati sullo schermo. I piedi freddi. La bocca secca, semiaperta.
Lucy.
Gli parve di dire il nome a voce alta. Gli parve di chiamarla, come se fosse vicino a lui, fisicamente.
Rilesse. Tutto, di nuovo, per tre, quattro, cinque volte di fila.
“sei una persona importante per me”
Non ci poteva credere.
Si allontanò dal tavolo, lasciando che la sedia scorresse sul pavimento con lo slancio che gli diede appoggiando la schiena all’indietro e sentì di nuovo il sangue scorrergli nelle vene.
In quello stesso istante si accorse dello stato in cui si trovava. Si guardò intorno e provò pena di sé stesso.
“Cazzo, che schifo!”
Si alzò di scatto, raccolse il cartone della pizza, le lattine di birra e buttò tutto nella spazzatura. Prese un CD dalla mensola e lo inserì nello stereo. Non era stato ad indugiare troppo, la mano era stata calamitata da un disco dei Cure, Wish. Lo avevano ascoltato decide di volte, assaporando più le musiche che i testi, lasciandosi trasportare dalle atmosfere un po’ malinconiche nelle quali amavano sprofondare. E amarsi.
Mentre i pezzi musicali si susseguivano Leo si mise a riordinare la casa. La maggior parte dei vestiti finirono in un grande mucchio che avrebbe portato in lavanderia il giorno seguente. Riordinò il tavolo, spazzò il pavimento, pulì il bagno, lavò le stoviglie, chiuse il sacco della spazzatura che fuoriusciva dal secchio. Stava stappando una birra per festeggiare l’evento e il nuovo ambiente quando partì l’undicesima traccia: to wish impossibile things (desiderare cose impossibili).
L’arpeggio elettrico iniziale lo esaltò come quando aveva ascoltato quella canzone dal vivo, suonata proprio dal leader della band, Robert Smith. Alzò il volume, incurante dell’orario, in quel momento non esisteva niente. Solo lui. Quella stanza, quel divano nero. E tutto quello che aveva aspettato. Le cose impossibili che aveva desiderato.
Nei pochi minuti di quella musica le parole che conosceva a memoria e il battito del tamburo gli avevano fatto percepire qualcosa di strano, qualcosa di inspiegabile, un brivido freddo gli percorse la schiena. La fiamma della candela accesa sul tavolino a lato del divano ebbe un leggero fremito e l’alone di luce che diffondeva nella stanza fece espandere quella vibrazione a tutte le cose, gli oggetti, il computer stesso, il monitor del computer, annerito dallo screensaver. Un velo scuro che sarebbe sparito premendo un tasto qualsiasi, dietro il quale si nascondeva un nome. Quel nome che aveva smesso di comparire. Lucy.
La canzone stava per finire e gli ultimi versi diventarono una sorta di mantra che gettarono Leo in uno stato di confusione; una miscela di entusiasmo e tristezza. All I wish is gone away (tutto ciò che desidero se n’è andato) non aveva senso, non erano parole per lui, in quel momento. Anzi, erano l’esatto opposto visto che Lucy era appena tornata.
Riordinare la casa era stato quasi istintivo. L’email di Lucy gli aveva spalancato gli occhi e aveva colto immediatamente la tristezza in cui era sprofondato e l’involucro in cui si era rinchiuso.
Aveva scaricato un po’ dell’emozione e avrebbe voluto mettersi al computer e scrivere immediatamente, descrivere a Lucy e a se stesso quello che sentiva, ma un barlume di razionalità lo convinse che era meglio aspettare. Forse l’indomani sarebbe stato più tranquillo e avrebbe risposto alla lettera con un po’ di moderazione, senza gettarsi tra le braccia di Lucy, che forse aveva solo dimostrato comprensione e affetto, non un esplicito invito a ricominciare.
Il giorno seguente, dopo un’abbondante colazione, si mise al computer. Mentre si aprivano le finestre del browser cercò di riordinare i pensieri per decidere cosa scrivere. Tuttavia sapeva che avrebbe scritto di getto, direttamente con il cuore, come aveva sempre fatto, come piaceva a Lucy. Le parole gli uscivano dalle mani e anche se aveva un’idea su quello che voleva dire, non sapeva mai come l’avrebbe detto fino a quando era già scritto.
Bevve un sorso del caffè ancora caldo nella tazza mentre rileggeva il messaggio che aveva lasciato decantare. Uno spiraglio di speranza seguito ad un estremo e disperato tentativo di recuperare un contatto. Poi cliccò Rispondi.
A : Lucy
Oggetto: Re: Re: Un pensiero.
Carissima Lucy
Non puoi nemmeno immaginare l’immenso piacere nel ricevere la tua risposta. Non solo perché è arrivata dopo mesi di vane attese di un segno, ma soprattutto per quello che dici. Ho ritrovato nelle tue parole quello che mi è sempre piaciuto di te: la capacità di visualizzare i sentimenti.
Non ti nascondo che vorrei che riuscissimo a trovare le chiavi di cui parli, sarebbe inevitabilmente un percorso da fare assieme.
Sono felice che tu abbia colto la serenità che in qualche modo ho recuperato. Effettivamente ero pervaso da una sorta di possessiva necessità di averti accanto, ma ora, anche solo scrivendoti, sento che siamo in qualche modo vicini.
L’estate scorsa ho fatto un viaggio in Mozambico. Ho voluto andare da solo, anche se non sembrava fosse la cosa migliore da farsi, visto lo stato in cui mi trovavo, ma alla fine si è rivelata una scelta azzeccata. Credo che le camminate solitarie, i paesaggi, le atmosfere, la gente, siano serviti a riportarmi nella dimensione del contatto umano, della fisicità delle relazioni. Ho assaporato l’importanza di un abbraccio, di una stretta di mano, di un sorriso.
Mi ero rifugiato nel mio mondo, completamente isolato agli stimoli. Davo troppo valore alle parole e non leggevo i gesti e gli altri linguaggi delle persone e del mondo.
Invece nei piccoli villaggi delle campagne tutto è fatto di suoni, di polvere, di animali, di siccità, di calura, di odori. E’ tutto molto vero. Un po’ come essere dentro un frutto anziché aprire un vasetto di marmellata (Bella questa no?).
Vedi, io credevo che da quando sei andata via non fosse successo niente nella mia vita, invece ora riesco a rileggerla a ritroso e trovare il senso del mio percorso.
Grazie.
Ti voglio bene
Leo
Rilesse. Era abbastanza soddisfatto, ma ovviamente non aveva detto tutto. Cliccò Invia.
Messaggio inviato.
Si alzò dalla sedia, deciso ad uscire per andare a fare una passeggiata, quando gli suonò il cellulare.
Sul display apparve il nome. Era Marco, il suo più caro amico.
“Ciao Marco” rispose, senza dire l’ormai obsoleto “pronto”.
“Ciao Leo, che fai?”
“Niente, cazzeggiavo in internet.”
“Vacci piano con le seghe” scherzò Marco.
“Ma che dici?” Chiese Leo tra lo sorpreso e il divertito.
“Senti, vieni in centro con me? Ieri sera ho conosciuto due tipe, tedesche. Due modelle da sballo. Vogliono conoscere un po’ la città e io, ovviamente mi sono offerto come guida. Loro sono due, io sono da solo e siccome sono un amico ti sto servendo una scopata su un piatto d’argento.”
Leo scoppiò a ridere.
“Ehi, guarda che non sto scherzando”
“Ma non ci credo nemmeno se me le porti qui, a casa”
“Senti, vieni con me, cosa ti costa. Ci vediamo davanti al Duomo tra un’ora. Se non è vero ti offro la cena”
“Ci sto”
Un’ora dopo Marco e Leo si incornarono davanti al Duomo. Ridevano. Leo non sapeva se credere o no alla storia delle modelle. Non sapeva mai quando Marco faceva sul serio e quando lo prendeva in giro, visto che spesso si era cacciato in situazioni imprevedibili o esilaranti. Una volta era andato a letto con una, poi ad un certo punto era tornato il fidanzato e lui si era proiettato nudo sul balcone, dimenticandosi che si affacciava su una via molto trafficata. Tutti avevano cominciato a ridere additandolo, ma lui aveva preferito dare quello spettacolo d’ilarità piuttosto che prendersi un pugno dal fidanzato cornuto, che, stranamente, non sia accorse di nulla.
“Allora, queste modelle?” chiese Leo ironico.
“Arrivano, non ti preoccupare, ora arrivano” Rispose Marco, evidentemente agitato.
Pochi minuti dopo, due ragazze dai capelli scuri, alte, abbigliamento casual ma raffinato, si avvicinarono e salutarono Marco. Leo era sbigottito. Marco lo presentò
“Lui è il mio amico Leo”.
“Leo, piacere” disse lui allungandosi per dare un bacio.
“Sandra, Nice to meet you” disse una. L’altra si chiamava Hermine, ma Leo lo dovette chiedere quattro volte prima di capirlo. Dopo le presentazioni lanciò un’occhiata furtiva a Marco e di nascosto riuscì a sussurrare: “Sono contento di non mangiare stasera”
Girarono per le vie del centro, conversando in inglese del più e del meno. Leo era di buon umore, a Marco non mancavano certo le parole, per cui riuscirono a creare un’atmosfera piacevole e la passeggiata domenicale continuò in un aperitivo in uno dei locali sui nei pressi dell’Arco della Pace.
Nonostante la piacevole compagnia e l’indubbia bellezza delle due ragazze, Leo non smise mai di pensare a Lucy, ricordando quanto più sensuale e simpatica fosse la sua ex.
Questi pensieri si rivelarono disastrosi quando al serata stava prendendo la piega desiderata da Marco, eccitato come un ariete in un recinto di pecore.
Leo, sopraffatto dal desiderio di andare a controllare la posta, disse:
“I have to go”
Marco non ci voleva credere. “Come devi andare? Dove? Perché?”
“Perché si. Sono stanco, domani mi devo svegliare presto”
In presenza delle due ragazze non poteva fare troppe scenate, ma era evidente che era indispettito e quindi con un sorriso sulle labbra palesemente finto, cercò di camuffare il senso di quello che disse in italiano, per non farsi capire:
“O te la farò pagare cara o ti ringrazierò per tutta la vita”
Leo stava già salutando le due ragazze e quando strinse la mano a Marco dovette ritirarla per non farsela stritolare.
“Ciao Marco”
Il mattino seguente trovò un messaggio sul cellulare.
Per fortuna ho il letto grande Anche in tre si sta comodi. Grazie.
Col senno di poi Leo si maledisse, soprattutto perché non aveva trovato nessuna mail nella casella di posta.
Non arrivò nulla nemmeno il giorno dopo e quello dopo ancora. Leo stava già per cominciare ad impazzire quando finalmente, trovò la dolce sorpresa.
Lucy faceva sapere di essere contenta di leggere quello che Leo scriveva e gli raccontava le novità degli ultimi tempi. Aveva cambiato lavoro un’altra volta, pur rimanendo a Ginevra, ogni tanto tornava in Puglia, a Lecce, a trovare i suoi, ma sempre più raramente, perché il viaggio la stancava e perché non sentiva più un forte legame con le sue amiche, che non vedeva da molto tempo. Non aveva più avuto nessun ragazzo e a quella notizia Leo balzò letteralmente sulla sedia.
Per qualche settimana continuarono a scambiarsi lettere elettroniche, dove si raccontavano l’uno all’altra le rispettive vite lontane, senza che da nessuna delle due parti arrivasse l’invito ad incontrarsi.
Leo, del resto, non voleva sembrare invadente e affrettare i tempi di quello che sembrava avere tutte le caratteristiche di un nuovo inizio.
Tuttavia un giorno, mentre era al lavoro, Leo consultò la casella personale e trovò un messaggio diverso.
A: Leo
Oggetto: Appuntamento on line.
Caro Leo
Se sei d’accordo vorrei che stasera ci trovassimo su Skype per chattare. Il mio contatto è Lucyna.
Sarò on line dalle 21 in poi. Ti aspetto.
Lucy
Colmo di eccitazione Leo cominciò a contare i minuti che mancavano alle 18, per poter schizzare via dall’ufficio.
Alle 17.59 era fuori dall’ufficio e in meno di mezz’ora era a casa, davanti al computer. Skype era acceso e Lucyna era già aggiunta ai nuovi contatti, ma mancavano ancora un paio d’ore alle 21 e nonostante avesse fatto tutto in fretta il tempo non si era velocizzato.
Decise di ingannare l’attesa leggendo le pagine di qualche quotidiano e guardando qualche video musicale su Youtube, quando un rettangolo arancione cominciò a lampeggiare alla base dello schermo. Era lei. Lucy. Lucyna per quella notte.
Lucyna: Ciao. Ci sei?
Leo.ncino: Ciao Lucy. Ti aspettavo:
Lucyna: Come stai?
Leo.ncino: Ora meglio. J. Tu?
Lucyna: Bene bene. Vedo che hai scelto il nick che ti ho dato io.
Leo.ncino. E’ lo stesso da allora. Comunque si, ricordo che mi chiamavi così. Però non ho più acceso skype.
Cominciarono così, come due vecchia amici che si ritrovano. Un po’ cauti.
Si studiarono, con domande a doppio senso e qualche scherzo. Nascosti dietro i loro schermi, sorridevano alle immagini riflesse, cercando di digitare in fretta per non perdere il ritmo. Ogni tanto qualche pausa più lunga.
Le chat sono conversazioni calcolabili, con uno scarto sufficiente per non compromettersi.
Tuttavia il botta e risposta si fece sempre più vivace e acceso, sfociando in domande sospese, quelle che stanno ferme da un lato della conversazione, dietro un cursore che lampeggia, aspettando solo il pulsante detonatore per esplodere davanti agli occhi dell’altro. Invio.
Lucyna: Vuoi fare sesso?
Leo era sbalordito, si incendiò di eccitazione. Lucy non aspettò la risposta e cominciò a descrivere quello che stava facendo. Leo leggeva parole scritte lentamente. Nelle pause, immaginava i gesti, cercando di indovinare i successivi.
Lucy era nuda, si stimolava i capezzoli, lentamente. A Leo gli si ingrossò il pene nelle mutande. Lo sentiva schiacciare mentre leggeva le posizioni della mani di Lucy.
Si slacciò i pantaloni e cominciò a toccarsi. Su e giù, piano, accarezzandosi con la mano sinistra, mentre la destra saltellava sulla tastiera. Sono nudo anch’io. Il desiderio di potersi toccare reciprocamente era forte, immaginarono di scambiarsi le mani e le comandavano elettronicamente, come braccia meccaniche che si muovevano su è giù. Su e giù.
Lucy cominciò a toccarsi la fica, penetrando piano piano con le dita. Si accarezzava il clitoride, turgido e bagnato .Era completamente bagnata, si succhiava le dita di tanto in tanto per assaporare il suo sesso, per portare alle narici quel profumo che lei stessa aveva dentro.
Leo faceva lo stesso. Accresceva la velocità, sdraiato sulla sedia.
Lucy continuava a scrivere, quello che faceva e quello che avrebbe voluto fare a Leo. Scoprirono che erano reciprocamente desiderosi di essere assieme, di potersi unire, di fare l’amore, scopare.
E venire insieme.
Non di fu bisogno di scriverlo, né di aggiungere altro. I cursori lampeggiarono per tutta la notte, senza essere spinti da parole che erano diventate gemiti di piacere. Reale.
Erano le nove del mattino quando suonarono alla porta. Leo dormiva ancora pesantemente, avvolto nelle coperte. Ci volle qualche minuto per realizzar che il campanello non era l’allarme dell’astronave in cui stava viaggiando, ma quello di casa. Il sollievo per il pericolo scampato sparì con la stessa velocità con cui dimenticò lo spazio interstellare e il meteorite che era in rotta di collisione e andò ad aprire.
“Dormivi?” chiese Marco in tono ironico, sapendo benissimo di aver svegliato il suo vecchio amico.
“No. Stavo ricamando” Disse Leo, sorridendo. Marco lo metteva sempre di buon umore, anche con improvvisate inopportune o con il cinismo indiscreto che spesso è una nota di simpatia.
“Ehi cos’è tutto questo splendore? Hai conosciuto una donna?” disse Marco notando che la casa era in uno stato stranamente decente.
“Lucy” penso Leo, ma disse “No”.
“Metto su un caffè, tu intanto vestiti che ti porto in posto”
“Dove?” chiese.
“Top secret” disse Marco sogghignando.
Marco era un tipo sempre allegro, anche se aveva qualche problema personale, riusciva a nasconderlo dietro battute che inevitabilmente strappavano risate. Era un tipo perspicace, attento, dinamico. I folti capelli ricci erano la sua caratteristica più vistosa e poiché crescevano in modo incontrollabile sembravano quasi la rappresentazione del modo di fare esplosivo.
Fuori dalla porta del condominio era parcheggiata la Vespa rossa di Marco. Una 125 Primavera, prima serie, del 1968, il suo orgoglio. Si accendeva sempre al primo colpo e ogni volta che il motore partiva i due amici si scambiavano un’occhiata di approvazione e assenso, per imitare l’immodesta fierezza che Marco ostentava.
Partirono, con i loro caschi neri ben allacciati e si avviarono verso nord.
Non ci volle molto a capire che stavano andando in direzione dei laghi, ma a Leo non era ancora chiaro il motivo di quella gita e tantomeno della destinazione.
Era passata poco più di mezz’ora, durante la quale si scambiarono solo qualche commento sul paesaggio, quando giunsero a Bellagio.
Scesero dalla motocicletta, la parcheggiarono, legarono i caschi alla ruota con una grossa catena e poi si avviarono sul lungo lago a piedi.
“Marco, mi dici cosa ci facciamo qui?” chiese Leo, rompendo il silenzio.
Marco si fece serio. E quando si faceva serio era per qualcosa di grave. Tuttavia non parlava.
“Allora?” Insistette.
“ Lucy….”
“Lucy? Lucy cosa?” chiese immediatamente Leo, senza lasciarlo terminare la frase, sorpreso di sentirlo pronunciare quel nome.
“…è morta.” Continuò Marco.
Un blocco di bile in gola, un colpo nello stomaco, come un pugno inaspettato. Non riuscì a dire niente, così Marco riprese a parlare.
“L’ho saputo l’altro giorno, da Carla. L’ho sentita per caso. Stavamo parlando di noi, delle ultime novità, poi ad un certo punto mi ha detto: da quando Lucy non c’è più mi sembra che la mia vita non abbia più alcun senso. Io non capivo e le ho chiesto: come da quando Lucy non c’è più. Lei credeva che lo sapessi, che magari l’avessi saputo da te. E’ successo un po’ di tempo fa. A Luglio. Era in vacanza, in viaggio negli Stati Uniti. Un camion l’ha investita. Non c’è stato nulla da fare. L’hanno riportata in Puglia qualche giorno dopo. Ho chiesto a Carla come mai noi non abbiamo saputo nulla e mi ha detto che Giulia l’aveva rassicurata che ci avrebbe avvertito lei.”
Leo ascoltava. Quantomeno sentiva. La voce del suo amico sembrava giungergli da lontano. Un po’ di eco e un po’ attutita. Come se fosse immerso nell’acqua. Gli tremavano le gambe. Si avvicinò alla panchina dietro di lui e si sedette. Poi riuscì a trasformare un po’ di aria in suono e disse:
“Non è possibile. Non è assolutamente possibile. Marco, io non te l’ho mai detto, ma ci stiamo sentendo, via mail, da qualche settimana”
“Com’è possibile? Ti scrive dall’altro mondo?”
Quella che sembrava una delle solite battute, questa volta era una domanda paradossalmente sensata.
“Non lo so come sia possibile. Non so nemmeno cosa sia possibile. Cosa devo credere ora? Che è morta o che qualcuno scrive al posto suo?”
“Leo. Non credo che Carla si sia inventata tutto”
Leo non si poteva capacitare della situazione in cui si trovava. Era a Bellagio, davanti ad un lago ed era coinvolto in una situazione assurda e inspiegabile. Preso dalla rabbia, dallo sgomento in cui quel misto di tristezza inspiegabile e distruzione lo aveva gettato, afferrò il suo amico per le braccia e cominciò ad urlare:
“Che cazzo ci facciamo qui? Dov’è Lucy? Perché mi hai portato fin qui per dirmelo?”
Marco non rispose. Non aveva una risposta. Non aveva nessuna risposta.
Chi stava scrivendo a Leo? Dov’era Lucy? Chi poteva essersi spacciato per lei? Chi poteva avere accesso alla sua posta elettronica?
“Andiamocene di qui. Andiamo immediatamente. Riportami a casa” Ordinò Leo.
Marco non disse nulla. Si avvicinò alla Vespa e aprì la catena, consegnò un casco a Leo senza guardarlo in faccia e accese il motore, che, come sempre, si avviò al primo colpo.
Marco sentiva sulla sua schiena il corpo di Leo che sussultava. Stava piangendo. Intravide i suoi occhi gonfi nello specchietto retrovisore. Piangeva come un bambino, mentre l’aria gli spazzava via le lacrime prima che potessero scendergli sulle gote. Il vento della velocità, tuttavia, non toglieva il dolore dal cuore. Il pensiero che Lucy fosse davvero morta si accompagnava al terrore di non poterla rivedere mai più, di non poterla più baciare, abbracciare, amare. Niente.
A tutto ciò si sovrapponeva la possibilità sempre più reale di essere vittima di un inganno atroce. Chi poteva aver fatto questo? Chi poteva essere arrivato tanto? Chi era l’altra Lucy? Quella che scriveva per lei? Che lo aveva fatto sognare di nuovo, che lo aveva fatto eccitare? Con chi si era toccato? Con chi aveva fatto sesso virtuale? Con Lucy o con il suo fantasma?
Appena giunsero sotto casa Leo saltò giù dalla sella e senza slacciarsi il casco si avviò di corsa su per i quattro piani di scale. Non volle nemmeno aspettare l’ascensore.
Aprì la porta e accese il computer. Gli sembrò che ci impiegasse il doppio del tempo ad avviarsi.
Non si mosse di un millimetro per tutto il tempo necessario per avviare il sistema. Il casco ancora in testa. Appena comparvero le icone sul desktop si collegò ad internet, aprì la sua casella di posta e trovò, come si aspettava, un messaggio di Lucy.
A: Leo
Oggetto: Re: Ci sei?
Caro Leo.
Quando leggerai questa email saprai già tutto.
Mi ha telefonato Carla.
Odiami per quanto ti ho amato.
Ti ho sempre amato. Nel silenzio.
Forse, in qualche modo, anche tu hai amato me.
Chi sono io? Il nome che vedi sullo schermo o quello che scrivo?
Chi siamo noi veramente? Non siamo forse anche le identità che ci inventiamo?
La nostra vita finisce con la morte oppure può continuare nei ricordi e in quello che rimane di noi?
E queste tracce nel mondo virtuale, questi pezzi di noi che lasciamo chissà dove, per chissà quanto tempo, non sono l’estensione della nostra vita?
E se qualcuno ci ruba l’identità, il nome, chi vive dentro quel nome? Basta conoscere una parola chiave per appropriarsi della vita di un’altra persona? Addirittura della morte di un’altra persona?
Leo, mi dispiace averti usato per dimostrare a me e al mondo della rete quanto ci possano essere situazioni terribili in cui i nostri avatar diventano le facce possibili del prisma della nostra anima.
E su alcune si spacca la luce elettrica di una vita virtuale che dura oltre il limite dell’ultimo respiro.
Mi dispiace per Lucy. Era una mia grandissima amica. Ho rubato la sua vita. Ho ingannato il tuo cuore, in nome della gelosia che ho represso tutte le volte che ti vedevo..
Non mi aspetto il tuo perdono, non me lo merito.
Non ti struggere. Lucy per te non c’era più già da molto tempo.
Io ti ho usato, ho usato la tua precarietà, la tua debolezza, regalandoti l’illusione che Lucy fosse tornata da te.
Anche tu hai creduto che bastasse il suo nome. Era solo una facciata dietro la quale si celava il mio.
Giulia.


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Bello… mi è piaciuto.. mi ha tenuto attaccato alla storia con forza e
finalmente sono stato sorpreso da un finale inaspettato ma umano.
Grazie Dario,
a presto.
Nico.
P.S. Robba bbona a Berlino!!!!
vai al diavolo!
Denis
ps: e tu sai il perche’!! ma ti sei salvato sul finale
pps: sempre più bravo, accidenti a te! Mi hai incollato al monitor e non c’era nient’altro attorno… e sto in un cantiere!!