Era un pomeriggio di inizio autunno. Il cielo era chiaro. Il cuore pulsava la sua presenza. Le punte delle dita sudavano voglia di carezze. I piedi erano al posto sbagliato.
Avevano strisciato sulla terra, raccogliendo desiderio di correre da ogni strada che avevano calpestato.
Era seduto in uno dei posti che gli avevano posato la vita sopra. Un pontile di cemento proteso sul mare, già oltre quel lembo di confine dove finiscono le onde. Bagnato dai flutti di qualche spinta più violenta, respiro intermittente dentro l’eterno movimento che dall’infinito avanzava. Ascoltava oceano e uccelli perduti dietro il cielo. Tutto quello che sapeva aveva smesso di esistere per lasciarlo solo e calmo. Immaginava il suono di una tromba, soave tra le curve di fumo nero di una notte metropolitana. Le rive sporche di un fiume sudamericano. Arpeggiava una chitarra appoggiato al tronco di un oleandro. Pizzicava dolcemente le corde cercando di ricordare una canzone che amava.
Avrebbe voluto che quello fosse il suo vivere: inscrivere intensità dentro intervalli di tempo dilatati fino a fondersi e scomparire.
Avrebbe dovuto dimenticare anche il pensiero per essere davvero libero.
Doveva apprendere come essere in ogni posto, senza cercarne uno, che più di altri, lo facesse rallentare. Per poi fermarsi e cominciare un altro tempo.
Era stanco.
Aveva bisogno di una pausa. Nel frattempo trovava pezzi di quel disegno bianco, in un cielo senza nuvole. E componeva un’immagine di blu sempre più grande. La vedeva dentro la corazza dei pensieri che non gli davano pace.
Quel pontile di cemento, apparentemente grigio e ruggine e inutile, conteneva un po’ di felicità. Come un letto caldo al mattino. Ancora pregno di gesti d’amore. Come un sorriso dentro una pelle vecchia ma fresca. Piegata dal tempo ma ancora liscia, lavata dai giorni che l’hanno bagnata. Come gli occhi verdi. Come le vibrazioni di un telefono che suona altrove portando una bella notizia. Come rami potati e forti, come ombre di foglie di ulivo sulla terra e la polvere.
Quel suono leggero, di acqua e vento, una danza tribale che non poteva arrestare, era un invito a continuare.
Forse era difficile accettarlo e leggere quasi involontariamente dentro le cose e gli eventi, decifrando inaspettati segnali dal mondo. Un’auto con la musica ad alto volume, un raggio di sole. Non si possono evitare, per cui a volte bastava un gesto, un’immagine, uno stimolo diverso per creare una suggestione e ricominciare ad espandersi.
Nino era così. Senza chiedere a nessuno come si fa, aveva imparato un modo di vivere. E non poteva smettere. Gli sembrava di aver imparato a leggere i caratteri di una lingua incomprensibile e non poteva dimenticarla. In alcuni momenti era quasi pentito, preso dallo sconforto che non era facile portarne il peso.
Di un fiore, di un amico lontano, di un gesto cattivo, di un taglio sotto le unghie, di una risata. Tutto si sovrappone e riempie e non trabocca mai.
Nino era così. Insaziabile divoratore di mondo, che aveva capito la necessità di viaggiare. Necessario come bere, necessario come tutto quello che è acqua.
Era necessaria ogni tappa, ogni notte calda. Necessarie le stanze umide delle bettole, le zanzare sul prato di un castello, il profumo deciso dei fichi lungo un sentiero di campagna, le libellule blu sulle acque tranquille di un ruscello, una porta che sbatte senza che sia entrato nessuno.
Cercare questi istanti e un pontile di cemento su cui sedersi, questo era la vita.
Nessuna conquista e nessun futuro. Sempre in viaggio.
Il battito del cuore era rallentato. Avrebbe voluto essere donna, portare in grembo un bambino. Sapere cosa vuol dire. Le mani erano coperte di sale portato dall’aria. Stava pensando di non lavarle, per conservare la morbidezza dell’ultimo seno che aveva toccato.
Si alzò. Senza pensarci.
Nino volse le spalle all’orizzonte e cominciò a camminare lentamente verso la riva, percorrendo quella ferita di cemento con calma, meditando su una direzione qualsiasi, una delle tante. I piedi nudi sui frammenti di sassi spaccati non lo infastidivano. Era più arduo digerire i cristalli di sabbia delle cose non dette e di quelle non fatte.
C’era ancora tempo, ma era più forte la spinta a compiere un altro passo. Uno ancora. Come pulsazioni di un cuore appena trapiantato, che aveva voglia di battere. Qualcuno lo aveva dimenticato dentro una scatola fredda e buia. Non conosceva né rosso né movimento. Ci voleva un volano, una propulsione iniziale per poi contemplare l’inerzia di chi non riesce a smettere. Continuare a palpitare senza controllo.
Era successo tutto dentro pochi metri di cemento. Una pausa. Un’interruzione. Un desiderio umano di protendere la terra per andare a prendere il mare prima che sia lui ad arrivare. Andare ad ascoltare quello che ha da dire prima che non abbia più voce.
Forse quel posto era adatto per ascoltare. Più di passeggiare tra le colline, di navigare tra due isole. Quelli sono gli insostituibili dialoghi che ogni viaggio non fa mancare.
I piedi sono al posto sbagliato quando sono troppo vicini alla terra. Vogliono farsi carico dell’elettrica necessità di un animo errante. Come navi in un porto, anche i piedi non sanno aspettare. Vogliono appartenere alla terra come le barche al mare.
Cielo che si spegne per ingannare con una tregua.
Nino non si sarebbe fatto sorprendere.
Scese dagli scalini che terminavano sulla sabbia compatta. Impresse le orme dei suoi passi, appoggiati con precisione. SI spinse nella pineta, per dedicare solo alla spiaggia i segni del primo cammino di chi si è dissetato con gocce di vita distillate dal mare e da quello che con o senza vento, avrebbe certamente portato.

