C’era un fiore.
Un fiore che non si era mai visto da quelle parti.
Era cresciuto in un piccolo mucchio di polvere e guano incastrato tra le rovine di una lapide di un cimitero a pochi metri dall’oceano.
Quando soffiava il vento e le onde si gonfiavano le file di tombe più vicine alla riva venivano bagnate dall’acqua. Si vedevano i segni di questo costante andirivieni di maree. Anche sulla tomba più recente, che portava incisa una data di morte del 1995, c’erano pietre scomposte e blocchi levigati.
Non potevano nascere fiori né brillare candele su quelle lapidi. L’acqua del mare bruciava e spegneva tutto. Rimaneva soltanto il luccichio di sole e stelle. E carezze oceaniche.
Dalla terza fila di tombe in poi, proseguendo verso il muro parallelo alla riva, l’erba cresceva rigogliosa quanto più ci si allontanava dal mare, coprendo di verde gli spazi tra le tombe.
- Vorrei mi mettessero qui, quando morirò.
Pensò Alice. Un pensiero prematuro per una ragazzina di 13 anni.
Aveva i capelli neri, leggermente ondulati. Gli occhi neri. La pelle scura. L’espressione vagamente triste, come se stesse già pensando molto più profondamente di quanto le spettasse, per diritto di spensieratezza adolescenziale.
- E’ un posto bellissimo.
Disse a sé stessa. Con voce leggera.
Lo era davvero.
Era un posto di confine, tra la terra e il mare. Tra la morte e la vita. Tombe e acqua.
Il silenzio di un cimitero invaso dal frastuono di onde che arrivavano da chissà dove.
Era un punto d’arrivo per l’oceano e per la vita.
Un punto dal quale partire per le infinite strade e rotte che sul mare non si possono segnare.
E c’era quel fiore.
Che non si spiegava come fosse finito lì.
Che scampava le onde perché era a qualche metro dal suolo e l’acqua salata non arrivava a irrorare le esili radici.
Forse era stato defecato da un uccello. Magari aveva galleggiato per giorni, per mesi, per chissà quale tempo, abbandonato alla deriva, spinto dal moto perpetuo fino a quella spiaggia, scagliato su quel pugno di terra fertile da uno spruzzo violento.
Era un mistero che non valeva la pena cercare di spiegare. Era un fiore. Era rosso
Alice andava a guardarlo tutti i giorni.
Ogni mattina attraversava il paese e scendeva alla spiaggia, oltre la collina.
Lo vedeva da lontano, prima ancora di riuscire a distinguere le tombe, che tuttavia conosceva a memoria, come case di un quartiere.
Unico punto di colore tra il grigio delle pietre. Scintilla di sangue nel bianco e nero. Nel blu.
Rosso come una rosa, con la forma di una stella.
Sei petali a punta con una riga bianca in mezzo, filamenti bianchi con sfumature verdi e gialle.
Uno stelo verde, perfettamente cilindrico, con larghe foglie cadenti.
Unica sentinella a vegliare sugli eterni riposi.
Anche se quel cimitero custodiva le lente trasformazioni di corpi presi in prestito alla cenere, non era tetro. Non volavano corvi neri nel cielo. Non c’era profumo né di anemoni né di crisantemi. Era un posto invaso dal vento, intriso di sale e bianche onde ruggenti.
Quel fiore era posato sulla tomba di Tonino Z. Nessuna data. Nessuno luogo.
Solo un nome. Un nome senza volto, protetto da un fiore.
Alice credeva che ci fosse una ragione per tutto.
Sapeva che non era un caso che quel fiore fosse lì, rosso, davanti a lei, sulla tomba di quel Tonino.
Era come un messaggio nella bottiglia, lanciato da un naufrago al destino delle onde, approdato a quella spiaggia. Il messaggio era scritto nel tempo, quello necessario ad un seme per diventare fiore.
Ma per decifrarlo ce ne volle molto di più.
Il fiore morì, senza che Alice lo vedesse. La bambina che era allora aveva smesso di recarsi al cimitero sul finire dell’estate.
Poi si trasferì con la famiglia in un’altra parte dell’isola e non tornò fino a quando aveva 18 anni.
Era il 19 luglio. Pioveva.
Stava passeggiando sopra la collina, poco lontano dai luoghi d’infanzia, ad un tratto vide il mare. Quel mare. L’orizzonte era davanti a lei già da alcuni minuti. Vide quella spiaggia. E il cimitero.
Si ricordò del fiore, del suo colore, delle righe bianche, del profumo che non aveva.
Lo ritrovò nella memoria tale e quale, eretto sulla morte di Tonino Z, portato dalle onde che ancora si ripetevano uguali.
Uguali. Uguali. Uguali.
Alice si arrestò. Immobile su quella strada lucente che terminava alla spiaggia. I capelli arricciati, inzuppati di pioggia, ancora neri, i seni rotondi e sodi, le gambe lunghe.
- Niente è uguale.
Pensò.
Quel fiore, nato, cresciuto e sparito, lei, Alice, bambina e poi donna, il mare, in continuo movimento, le stagioni.
Solo la morte ferma il tempo delle cose, le fa sparire dal mondo per lasciarle intatte nei ricordi.
Il rosso del fiore non sarà diverso.
Tonino Z. ha smesso di cambiare. In un giorno e in un luogo sconosciuti.
Coordinate in cui è nato un fiore.
Che l’avesse voluto o no, sotto quella sabbia era un uomo mai nato e mai morto.
Solo un nome che poteva ancora cambiare, perché non aveva un’immagine.
Lui non era un fiore.
- Era tuo padre.
Alice sentì queste parole sorprenderla da dietro.
Sussultò, si voltò di scatto, allontanandosi d’istinto.
- Scusa, ti ho spaventata.
Alice non disse nulla. Ci volle qualche istante prima che si riprendesse.
Guardava quell’uomo di fronte a sé, le sue rughe profonde, le gocce di pioggia che scendevano dalla tesa del suo cappello nero.
- Chi sei? Cosa vuoi?
Chiese, tremando.
- Sono un amico di Tonino.
- Tonino? Chi è?
- Non far finta di non capire. Tonino Z. Il nome su quella tomba. Ti ho cercata per tanto tempo, Alice. Per dirti che era lui il tuo vero padre.
Alice lo guardò sconcertata, incredula.
- Lei è pazzo, mi lasci in pace. Mio padre è Ruben, l’uomo che ha sposato mia madre.
- Si, sono pazzo, me lo dicono tutti, ma non per questo Tonino non è stato tuo padre.
E’ morto durante una tempesta. Hanno trovato i resti del suo peschereccio su una spiaggia non lontano da qui. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. Non si sa nemmeno quando sia morto esattamente. Tu eri piccola, tua madre era ancora giovane. Era disperata. Ruben era un tipo in gamba. Un uomo che gestiva affari qui, a terra. Tua madre ha fatto bene a stare con lui, aveva bisogno di un uomo per crescere te.
- No. Non è vero!
Urlò Alice.
Silenzio.
L’uomo si avvicinò. La prese tra le sue braccia.
Alice cercò di divincolarsi, l’uomo cominciò ad accarezzarle la testa bagnata.
- Avrei voluto fosse tua madre a dirtelo, ma non si decideva. Ora sei grande abbastanza ed è giusto che tu conosca la verità. Lo dovevo a tuo padre.
Andiamo, abito qui vicino. Ti darò qualcosa di caldo e dei vestiti asciutti.
Alice non oppose resistenza.
Piangeva.
L’uomo cominciò a raccontarle di Tonino.
E quel nome cominciò a cambiare.
