COME PIOGGIA


Come una pioggia di primavera.

Sai che deve arrivare ma non esattamente quando.

Arrivò così il momento di tornare.

A casa.

Pietro aveva tra le mani una banconota da tre peso, quella con la faccia del Che. Avevano comprato succhi al limone, pane, sigari, con quella faccia da eroe di cui ne aveva conosciuto meglio la storia Lui non ci avrebbe comprato niente, la voleva tenere in tasca. Era un biglietto sgualcito, toccato da migliaia di mani che avevano sbiadito il rosso dell’inchiostro della stampa ma non avevano cancellato la data, 2004, il valore, la firma del presidente del Banco Central de Cuba.

3, 7 0 8 0 8 8, 2004. Cifre. E il Che. Pietro provò a guardarlo dritto negli occhi, ma lo sguardo del guerrigliero era proiettato in un punto lontano, ben oltre il confine sottile del pezzo di carta. Un punto che non era più lì. In quel tempo.

Pietro provò ad allontanare la banconota, tendendo il braccio davanti a sè, spostandolo un po’ su, un po’ giù, ma non riusciva ad incrociare lo sguardo del Che.

Piegò la banconota, la ripose nella tasca posteriore dei jeans e si mise a fissare quel mare pallido che vedeva oltre la lingua di spiaggia sul fondo della valle, dove finiva la città di Trinidad. In quel momento realizzò che anche se stava guardando quel paesaggio, non erano lì i suoi occhi, non stavano osservando gli alberi, nemmeno le pietre, i tetti delle case o le rovine di quel pezzo di chiesa resistito ai cicloni.

Guardava oltreoceano e vedeva tutto quello che c’è dentro una piccola parola. Casa.

Inspiegabilmente si sentì perduto. Avvertì la paura di tornare, di sentirsi chiedere cose, di dover dar risposte. Vide il volto di un amico e non lo riconobbe. Era bello, ma non era il suo amico. Era un uomo. Aveva sentito la sua mancanza. Era un uomo.

Aveva avuto voglia di leggere una sua lettera o di spedirgli una cartolina, magari proprio quella con la faccia del Che. Vide le righe scritte da suo padre, in fondo ad un messaggio elettronico. Tanti saluti dall’Italia. Vide sua madre. Suo fratello. Erano tutti seduti attorno al tavolo imbandito per la Pasqua. Sentì, in quell’istante senza misura, la mancanza della sua famiglia. Avvertì il peso di tutto quello che non sapeva, ebbe paura del futuro.

Su tutte le foto scattate con una macchina fotografica sovietica dalle meccanica perfetta non c’era più niente. Niente. Né volti né paesaggi, prati e colline di montagna. Solo macchie deformi di colore. Se erano sparite le immagini erano spariti anche i ricordi? Chi era lui, al tempo di quella foto? Cosa c’era nel suo pensiero bambino mentre abbracciava un pallone di cuoio graffiato e si metteva in posa da grande calciatore tra due alberi di un bosco ai margini del fiume?

Ora che Pietro sapeva di dover tornare, non sentiva più la lontananza, semmai la distanza. Come se l’una fosse qualcosa di fisico, misurabile in chilometri, mentre l’altra una differenze di pensiero, di stile, di modo, che aumentava con la quotidiana e costante aggiunta di dettagli ed esperienze ai suoi giorni, talvolta inspiegabili, non raccontabili.

Perso nella notte, tra carte sporche e acqua nera, rigagnoli di fango che luccicavano sopra la polvere che la breve pioggia non era riuscita a bagnare, marciapiedi rotti, puttane. Puttane sulla strada con il nome di un dio. Lunga e difficile. Odore acre di piscio, di benzina, di pane molle e di porco, Strada nera e scura, a malapena rischiarata da luci gialle e poco luminose, utili ad una direzione più che a dare forma alle cose. Figure di uomini che non sanno dove trovarsi, dove appoggiare bicchieri di birra immaginaria e di vino che non esiste, di rum che non possono comprare, che non sanno dove giocare e trasformare la rabbia in legno con colpi da sei punti. Discorsi a suon di schiocchi carichi di parole. Tutte meno una. Libertà.

Ne aveva avuto timore.

Era quella una scena che non avrebbe saputo né descrivere né raccontare. Avrebbe dovuto metterci sempre un dettaglio in più. Quello dimenticato. Come il colore dell’auto parcheggiata sotto l’unica insegna, il sangue incrostato sotto il tavolo di una locanda affollata.

Questa era solo una delle tessere di domino che formavano la distanza. E lui aveva dato a tutte un nome diverso e tutte avevano delle lettere in comune. L, i, b, e, r, t, a con l’accento. Libertà.

Nella sua distanza c’era libertà. Lo comprese appieno nel giorno in cui aveva concepito il ritorno.

Pietro era in viaggio da 844 giorni.

Aveva attraversato l’oceano su un vascello di cemento, aveva incontrato stregoni dell’Africa, indigeni della foresta amazzonica. Aveva ballato il tango a Buenos Aires, camminato sulle spiagge della Giamaica. Aveva visto acque turchesi, conchiglie giganti, salti di delfini. Luci, canzoni e notti.

Lune e amore.

Una voce soave cantava al suo cuore quello che le orecchie non sapevano.

Involontariamente ne decifrò il significato e si accorse che sapeva, che aveva sempre saputo.

Sapeva che aveva cercato candele accese a Natale, campi d’oro a giugno, morbidi rilievi, profumo di vino intenso, alte scogliere e campane.

Nella distanza che si stava frapponendo tra lui e il suo passato, Pietro depositava sempre un frammento di casa. Non era possibile dimenticare sapori che lo avevano fatto crescere, campanili sul profilo di una collina visti dal finestrino dell’auto mentre tornava dalla vacanze al mare. Nelle note esotiche, nei ritmi tribali riecheggiavano le canzoni che gli avevano insegnato i sentimenti, nelle pietre sulle strade di piccoli villaggi di pescatori vedeva i sassi che aveva scalciato con piedi piccoli sulla piazza del quartiere non ancora asfaltata. Si vedeva rotolare nel fango pulito, vedeva le sue mani sporche che stringevano quelle di bambini affamati.

In tutto il nuovo che incontrava vedeva quello che lui aveva scelto di essere e di ricordare.

Quello che non hanno visto gli occhi, quello che non ricorda la memoria, lo sa il corpo, lo sa il cuore, lo sanno i piedi.

Andava nel mondo spinto dall’irrefrenabile desiderio di seguire le onde della scoperta, ma nei nostri piedi è scritto da dove veniamo. Camminava sulla terra dove era nato e là, i piedi, volevano tornare. Sempre.

Come rondini che tornano al nido, anche gli uomini tornano a casa. Anche se quella casa non l’hanno mai vista, a volte le radici sono più profonde di quelle del nostro tempo. Sono più lunghe e vanno a cercare nutrimento anche nel sangue di chi è lontano.

Pietro lo sapeva.

Aveva visto figli di italiani sognare l’Italia, ma soprattutto uomini e donne di Giamaica, Haiti, Dominica, Brasile, Cuba che cantavano Africa, ballavano ritmi di migliaia di anni, pregavano dei e santi dei loro antenati, sognavano che un giorno sarebbero tornati.

Era ancora senza fuoco lo sguardo di Pietro, orientato verso il mare, calava la sera sull’ultimo sole di quella città dove aveva visto spiriti possedere le donne. Pensava a quanti popoli avevano cercato la loro terra nel corso dei secoli. Quante lotte per conquistarne di nuove.

Ci vuole una terra, un’origine per sentirsi uomini. Ci vuole questo valore per andare, consapevoli di poter, un giorno, tornare.

Pietro credeva di amare la campagna perché era quella che giorno dopo giorno si era disegnata di fronte a lui, perché erano i campi, le vigne, le fattorie e gli animali che gli avevano insegnato i colori e i suoni.

Invece quando sentì che doveva tornare, si accorse che il richiamo veniva da più lontano. Ben oltre il paese, le piazze, la sua stanza da letto. Forse non era nemmeno il solco scuro di un vomere meccanico piantato nel campo di fronte alla finestra da cui osservava le stagioni.

Era un urlo materno. Quello viscerale delle donne che mettono al mondo un figlio. Quello stesso che la terra diffuse quando nacque l’amore.

Inspiegabilmente cominciò a piovere.

Pietro si alzò dal lastrone di pietra ancora caldo e si incamminò senza fretta verso il centro della città. Le luci della sera si riflettevano sui ciottoli lucidi che ricoprivano le strade, le ruote delle biciclette imbevute di acqua rafferma disegnavano serpentine irregolari, un uomo fumava un sigaro seduto sotto l’altissima porta d’ingresso, le televisioni accese, diffondevano bagliori sincronizzati e incomprensibili pianti ad alto volume.

C’era un bar all’angolo della piazza. Pietro entrò e ordinò una bottiglia del miglior Rum. Pagò , si sedette ad un tavolo e riempì il bicchiere già colmo di ghiaccio. Il primo sorso gli raffreddò la lingua e incendiò lo stomaco. I colpi di un pezzo di legno cavo scandivano il ritmo di una band che suonava da qualche altra parte, forse nel locale accanto.

Sarebbe tornato a casa, ma quella era Cuba, quella era la sua notte.

Sulla pietra in cima alla collina rimase una banconota da tre peso. La faccia del Che rivolta verso il cielo si bagnava di pioggia.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>