Senza Voce
di Dario Sorgato
(testo originale scritto per il concorso)
Gli avevano detto che la musica è una serie di suoni. Aveva anche cercato una definizione sul dizionario, ma quel " arte di combinare insieme i suoni, prodotti da strumenti musicali o dalla voce umana, secondo determinate leggi e convenzioni " non aveva ancora capito cos'era. La chitarra, il pianoforte, il violino, erano oggetti che gli piaceva toccare per sentirli vibrare sotto i polpastrelli. Se musica era una vibrazione, quella che conosceva meglio ce l'aveva dentro di sé. Gli bastava concentrarsi per ascoltarla. Sentiva un battito forte, che variava dopo una corsa, dopo un bicchiere di vino.
Dario non l'aveva mai detto a nessuno cos'era per lui la musica, temeva che, come in moltissime altre situazioni, le sue spiegazioni non fossero quelle accettate dalla maggior parte delle persone. E questo lo faceva sentire diverso.
Un paio d'anni fa Dario si trovava a Katherine, nel cuore dell'outback australiano. Deambulava per le vie della città. Poche perpendicolari strade asfaltate che sfumavano in sterrati polverosi. Decise di cercare sollievo da quel torrido pomeriggio rifugiandosi all'ombra di un eucalipto. Le poche foglie ferme creavano un'ombra a malapena sufficiente a disegnare sulla terra una forma che potesse contenere il suo corpo e ripararlo dai raggi verticali del sole.
Dopo una manciata di minuti si avvicinò Tom. Non disse nulla. O almeno così credette Dario che non vide le sue labbra muoversi.
Tom si sedette per terra, con la schiena addossata al tronco rugoso. Teneva tra le mani uno strano pezzo di legno, dritto, levigato, cavo.
Dario e Tom si scambiarono un'occhiata e a Dario sembrò di scorgere la pennellata di un sorriso sul volto di Tom. Ad un certo punto Tom appoggiò le labbra all'estremità più stretta del pezzo di legno e gonfiò le guance. Dario cominciò a sentire la terra tremare dolcemente sotto di sé e vedeva l'erba spelacchiata davanti all'altra estremità del legno appoggiata per terra che si muoveva, sospinta dalle soffiate che uscivano dalla bocca di Tom. L'erba ondeggiava a ritmo regolare, come se gli sbuffi fossero un'onda che si presentava alle rive di quel legno, punto in cui i respiri si mescolavano di nuovo con l'aria, provando ad imitare il vento che non c'era.
Che musica! Pensò Dario.
Tom riusciva a far vibrare il terreno soffiando in un pezzo di legno. Tom suonava con la natura. Dario non riuscì a trattenersi, si avvicinò a quello strano tipo e avvolse il pezzo di legno con le mani, senza stringere. In quell'istante si sentì pervaso dal suono più bello che avesse mai sentito. Dalle sue mani arrivava un'elettricità nuova che si ripeteva e amplificava in ogni parte del corpo.
Sentiva che il suo corpo era come un violino quando ne aveva pizzicato le corde tese. Sentiva qualcosa di nuovo, un'agitazione sottile all'unisono con il suo battito dentro. Non riusciva più a distinguere i due suoni. Come Tom riuscisse a produrre una vibrazione continua, senza nemmeno le piccole pause per un'inspirazione Dario lo seppe solo più tardi. In quel momento non c'era spazio per le domande, voleva solo godere quella musica nuova che Tom gli stava regalando.
Dario la "sentiva" con le mani. Con il corpo appoggiato alla terra.
Dario era consapevole di ogni componente del suo corpo, sapeva distinguere gli stimoli, sapeva catalogarli, sapeva riconsegnarli al mondo. Dario sapeva che il suo corpo non era solo una carcassa per contenere un pensiero, un'anima o uno stomaco. Dario sapeva che il suo corpo era uno strumento che poteva suonare.
Tom se ne andò com'era venuto, in silenzio, senza aspettare domande, ringraziamenti o parole. A Dario piacque pensare che Tom aveva suonato per se stesso, che non si era nemmeno accorto che lui fosse lì, che gli aveva toccato il pezzo di legno. Oppure che le vibrazioni che si erano scambiati avessero sostituito quei suoni comuni che chiamiamo parole.
Qualche settimana dopo, Dario si trovava nella parte est dell'Australia, davanti al mare di Byron Bay. Una spiaggia lunga ma non più di molte altre che aveva visto durante il suo viaggio.
Osservava le onde calme, delusione per tutte le tavole da surf costrette a rimanere piantate nella sabbia. Il sole si stava tuffando nel mare dietro quelle propaggini di montagne che accompagnavano la terra verso l'acqua. Contemplava esterrefatto questa cartolina in lenta e costante mutazione, provava a registrare quel confine tra giorno e notte, seduto sul limite tra l'Australia e l'Oceano.
Ad un certo punto sentì che il suo corpo cominciava a vibrare. Si guardò intorno e vide che a pochi passi da lui c'era un uomo. Teneva la bocca appoggiata ad un pezzo di legno. Si ricordò di Tom. Del suo tubo. La forma e la lunghezza erano leggermente diverse. Incuriosito, desideroso di ascoltare la musica si avvicinò. Gli bastarono pochi passi per capire che quella figura che la sera stava cominciando a confondere non era un uomo. Come può un uomo avere un profumo così intenso e al contempo inebriante. Era un profumo di pelle fresca, levigata dal mare, asciugata dal sole. Liscia anche allo sguardo. Gli occhi scivolavano sulle spalle nude, accarezzavano le forme sinuose.
Quel profumo di donna si faceva trovare dalle narici di Dario come se l'avesse rincorso per tutto il continente. Arrivò così dirompente dritto al cuore da essere nuova musica. Quello sconosciuto ritmo dentro era piacevole e continuò anche quando lei smise di suonare.
Non si sa se riuscirono a vedersi negli occhi. Certo è che si guardarono.
Dario sentì bussare alla gola tutte le parole che avrebbe voluto dire.
Non poteva e forse, in fondo, non voleva dirne nessuna.
Prese il pesante pezzo di legno cavo dalle mani di lei, lo avvicinò alle sue labbra e cominciò a soffiare come aveva visto fare. Sentì che vibrava.
Con quell'estensione delle corde vocali riuscì ad urlare tutto quello che non era mai riuscito a dire fino a quel giorno.
Dario non saprà mai di che significati si vestirono alle orecchie di lei quegli echi profondi e gravi.
Il mattino seguente, steso sulla sabbia, abbagliato dal sole del nuovo giorno, gli occhi già stanchi della luce, Dario avvertì una sete quasi dolorosa. Si passò la lingua sulle labbra. Lieve. Timoroso.
C'era tutto il sale del mare, ma aveva il gusto di quel profumo che gli sembrava di sentire ancora nell'aria.
Si alzò per andare a bagnarsi il viso con l'acqua dell'oceano e vide che sulla sabbia c'era scritto: merci.
Non la rivede più.
Non l'aveva mai vista.
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