Il viaggio come fuga ed evasione. Da cosa?

Dico di essere un viaggiatore, di amare il viaggio, di voler viaggiare. Lo dico a me, per autoconvincermi che è davvero così. Poi, ogni tanto, ci penso. E mi chiedo perchè viaggio? perchè voglio viaggiare?
Anche se non sono attualmente in movimento, non sono nemmeno fermo e recito questa parte ambigua in una terra che non è la mia. Ma di questo viaggiare statico, ne ho già parlato.
Ora vorrei soffermarmi su una delle tante sfaccettature del viaggio: la fuga.
Sono anch’io in fuga? Sto forse scappando da qualcosa, da qualcuno?

Mentre me lo chiedevo mi sono imbattuto su un testo molto interessante, di Erika Eramo. La giornalista e scrittrice ha pubblicato sulla rivista Aperture un articolo dal titolo Il viaggio come inutile fuga dall’io: tecum sunt quae fugis, Gira e rigira, però, quando si parla di viaggio come fuga i riferimenti bibliografici più rilevanti sono due: Seneca e Baudelaire.
Il primo affronta il tema nelle Epistole morali a Lucillo. Il secondo in Les Fleurs du Mal.
Tuttavia Seneca scrive a Lucillo citando Virgilio e con una serie di domande retoriche cerca di spiegare che il viaggio non è un modo per fuggire, poichè ciò da cui cerchiamo di allontanarci è il nostro io.

“Perché ti stupisci, se i lunghi viaggi non ti servono, dal momento che porti in giro te stesso? Ti incalza il medesimo motivo che ti ha spinto fuori di casa, lontano”

Baudelarire, invece, sceglie la fuga dei sensi, l’evasione dalla realtà ad opera di droghe ed alcool. Anche questo era un modo diverso per conseguire il medesimo scopo: la fuga, ancora, da se stessi, dalla propria angoscia, da quello che il poeta maledetto definiva Spleen
Passano gli anni, i secoli, ma l’uomo sembra non cambiare. Solo qualche decennio fa A. A. Tarkovskij scriveva:

C’è un solo viaggio possibile: quello che facciamo nel nostro mondo interiore. Non credo che si possa viaggiare di più nel nostro pianeta. Così come non credo che si viaggi per tornare. L’uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito, perchè, nel frattempo, lui stesso è cambiato. Da se stessi non si può fuggire. Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio. Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza. In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l’uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l’uomo deve poter viaggiare.

Anche nel caso di una vacanza bisettimanale, o di un weekend in montagna, il viaggio diventa un’evasione: dalla routine, dalla città, dal rumore, dal traffico. Ma in questi casi è una normale necessità di cambiare ambiente, scenario e di recuperare energie ‘staccando la spina’.
E’ evidente che non è questo il caso. Il viaggio come fuga da se stessi è qualcosa di più profondo, di più viscerale. Una sorta di necessità che una volta attuata sembra quasi assumere un certo appeal. E’ molto probabile che tutti i grandi viaggiatori avessero una ragione interiore che alimentava il desiderio di scoprire e di esplorare, ma a noi arrivano solo i chilometri percorsi, gli appunti, le immagini. Ma cosa c’era dentro il loro animo? Cosa li spingeva ad andare? Nello stesso modo mi sono chiesto io stesso se i miei viaggi sono e sono stati fine a se stessi oppure sto cercando di deporre il fardello che grava sul mio animo (Seneca)? Quale? Da cosa fuggo? Da cosa, da chi mi nascondo? La riposta è ancora una. Da me.
La domanda, infatti, è un’altra.
Perchè?
Forse perchè non ho ancora accettato quello che sono, come sono. Forse perchè in qualche modo mi sono sempre nascosto, e ora ho trovato soltanto un altro modo per continuare a farlo in modo più proficuo. Forse non ho accettato i miei difetti, i miei problemi e cercando di nascondere quelli ho cominciato a nascondere me.  Creando anche altri Me. Ognuno con una parte diversa, da recitare a seconda delle occasioni e delle situazioni. Ed ora, che vorrei soltanto essere uno, non mi trovo, continuo a cercarmi e intanto non sono nessuno. Fuggo da me, mi rincorro e credo di potermi ritrovare lontano. Che poi mi vada a cercare nei posti migliori è indubbio. Mentre mi cerco trovo pezzi di mondo che per terra o per mare mi hanno fatto amare anche quello che inevitabilmente nel viaggio si scopre e si impara, si conosce, si vive e si condivide.

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5 Responses to Il viaggio come fuga ed evasione. Da cosa?

  1. feliciana says:

    Caro Dario,
    solo un piccolo commento per segnalarti la recensione che Infoblu Traffic, l’application che monitora in tempo reale il traffico sulle strade italiane, ha dedicato al tuo Il Tempo Lento.
    E ancora, in merito al bel post che hai scritto, un riferimento imprescindibile in tema di viaggi, fughe e ritorni alle origini, il bellissimo La luna e i falò di Cesare Pavese.

  2. I. says:

    Caro Dario,
    il tuo blog è molto bello.
    E questo post bel quale mi sono imbattuta per caso mi funge un poco da monito,
    io viaggio, anzi mi trasferisco, mi porto dietro tutto come una chiocciola, demoni compresi.
    Un saluto
    I.

  3. maria teresa marras says:

    Bravo Dario! Continua a scrivere,annota, registra, commenta ……i lettori non mancheranno. Ciao

  4. venutaalmondo says:

    Bello ed intenso il tuo post!
    Perchè?
    Amati ed incontra la tua anima tutto il resto verrà da se! :)

  5. venutaalmondo says:

    Trovo questa riflessione molto bella oltre che significativa:
    “Con la filosofia greca l’uomo scopre di essere, proprio in quanto uomo, situato tra il finito e l’infinito: scopre dunque di essere in viaggio verso una realtà che lo trascende. Egli stesso è viaggio.
    Sono in particolare i filosofi a viaggiare, ricercando il senso della vita e le radici della propria civiltà: quando Dione di Prusa viene condannato dall’Oracolo di Delfi a viaggiare fino ai confini del mondo per espiare i propri peccati, viene preso da alcuni per un vagabondo, da altri per un mendicante e da altri ancora… per un filosofo.”

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