Perchè viaggiare è un desiderio tanto diffuso?

Sto leggendo L’arte di Viaggiare, di Alain de Botton. Secondo lo scrittore e filosofo, conta lo sguardo stesso del viaggiatore, il suo desiderio di vedere “davvero”. Anche lui prova a vedere “disegnando” per imparare a viaggiare e osservare tutti i giorni. anche nei luoghi che abitiamo e che forse non siamo mai stati capaci di guardare. Tra le pagine del libro si trova un modo diverso di guardare alle mete e ai luoghi, con attenzione a particolari culturali che fanno differenze maggiori delle distanze.

La letteratura di viaggio, tuttavia è maestosamente vasta, sorpattutto se si considerano i viaggi nelle varie accezioni, nei vari periodi storici e per diversi motivi, Si va dal viaggio di Dante dall’Inferno al Paradiso, dalle crociate e alle conquiste coloniale, dai viaggi di scoperta dei mondi oltreoceanici alle esplorazioni delle montagne, dai viaggi psichedelici ai pellegrinaggi religiosi.

Ma perchè l’uomo viaggia?

Se è chiaro che alcuni viaggi avevano delle profonde motivazioni che talvolta non erano nemmeno direttamente dei viaggiatori stessi, mi interessa soffermarmi su qlcune delle motivazioni che il Dott. Iacopo Bertacchi propone in un interessante articolo sul senso del viaggio.

il viaggio può essere un modo per scoprire altri aspetti della propria identità che nella vita quotidiana non riescono ad emergere…
…la necessità di uscire da una quotidianità percepita come soffocante …
…un modo per conoscere gli altri e attraverso gli altri, se stessi.

Chiara Meriani, invece, ha un blog dedicato al senso del viaggio e seppure cita Baudelaire e annovera tra le cause la stessa irrequietezza come necessità di conoscere sempre cose nuove, rispetto all’rticolo di Bertacchi, aggiunge:

Per trovare la libertà, bisogna uscire dalla struttura di un unico sistema e capire altre culture: è la possibilità di scegliere i modi in cui dare senso alla propria vita che permette di essere liberi.

Forse per quanto si cerchi di dare una risposta collettiva ad una domanda tanto ampia, si finisce con il rimescolare motivazioni e pensieri già raccontate da viaggiatori illustri come Bruce Chatwin o Marco Polo, o già rimescolate in diverse salse in articoli da blog più o meno originali.
Ancora una volta, quindi, quello che conta è ricomporre i pezzi che meglio si adattano a noi stessi.
Non a caso mi sono soffermato dull’irequietezza, un sentimento che ha spinto molti dei miei passi,  la costrizione della quitidianità e la ricerca della libertà. Se questi sono il volano della partenza il motore è tenuto a regime dal desiderio di conoscere, dalla curiosità verso altri mondi. Se qualcuno dice che NON C’E’ PIU’ NIENTE DA SCOPRIRE, che ormai i Colombo e  i Magellano sono già esistiti, io rispondo che la scoperta non deve essere necessariamente fatta per gli altri, per passare alla storia, per essere ricordati o diventare famosi. Le scoperte spesso dovrebbero bastare a noi stessi. Le scoperte alimentano le emozioni, la passione. per quanto esistano i libri, le guide turistiche, che raccontano ogni angolo, esiste sempre qualcosa che solo noi riusciamo a vedere. Una luce, un paesaggio, un volto.Nei libri e nelle guide non ci sono istanti e nemmeno non c’è l’adesso.
Non c’è limite alla scoperta se non si confonde il personale con il sensazionale, nel senso di incredibile e strabiliante.
La meraviglia, invece, è sempre possibile, e ogni viaggiatore la trasforma in quello che meglio crede.

A me, spesso,piace trasformare i viaggi in storie, in parole, in visioni. E quindi viaggiare e scrivere diventano quasi la stessa attività. In entrambi i verbi sento di essere libero.

Leggi la mia ultimissima storia

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